Ho letto con grande dispiacere la notizia della messa in liquidazione della casa editrice Hoepli di Milano dopo 156 anni di storia.
Per chi, come me, ha avuto il privilegio di pubblicare tre libri con loro, non è una notizia come le altre. È una di quelle notizie che ti fanno fermare un momento e pensare a quanta storia ci sia dietro un marchio.
Hoepli non era semplicemente una casa editrice. Era uno di quei nomi che, quando li sentivi pronunciare, evocavano immediatamente autorevolezza.
Manuali tecnici, testi professionali, libri che hanno accompagnato generazioni di studenti, imprenditori, ingegneri, tecnici. In molti casi, veri e propri strumenti di lavoro.
Un pezzo importante della cultura professionale italiana.
Per questo la sensazione immediata è di grande amarezza.
Quando chiude una realtà con una storia così lunga, non si perde soltanto un’azienda.
Si perde anche un punto di riferimento culturale, un marchio che per decenni ha rappresentato un certo modo di fare editoria: serio, competente, rigoroso.
Non si può negare che il mondo dell’editoria negli ultimi vent’anni sia cambiato profondamente.
Il digitale, le piattaforme online, le nuove abitudini di lettura, la concentrazione dei grandi gruppi editoriali hanno trasformato il settore in modo radicale.
Eppure, paradossalmente, il bisogno di contenuti tecnici e di formazione professionale non è mai stato così forte come oggi.
Chi lavora, studia o gestisce un’impresa sa bene quanto sia importante aggiornarsi continuamente.
Proprio per questo la chiusura di Hoepli lascia una sensazione particolare: quella di una storia che avrebbe potuto continuare a evolversi ancora a lungo.
Un marchio con un catalogo così ricco, una reputazione così solida e un pubblico così fidelizzato aveva certamente tutte le carte per trovare nuovi percorsi di sviluppo in un mercato della conoscenza che continua a crescere.
Naturalmente parlare a posteriori è sempre facile. Le dinamiche interne di un’azienda sono complesse e spesso invisibili dall’esterno.
Questa vicenda ricorda, ancora una volta, quanto possa essere delicato quel momento in cui un’impresa con una lunga storia alle spalle si trova ad aprire un nuovo capitolo della propria continuità.
È un momento naturale nella vita di molte aziende italiane, soprattutto quelle familiari, che spesso rappresentano straordinarie storie di imprenditorialità, costruite nel tempo con competenza e passione.
E proprio per questo il passaggio generazionale richiede attenzione, visione e capacità di accompagnare il cambiamento senza disperdere ciò che è stato costruito.
Non è un equilibrio semplice. Da una parte c’è il valore dell’esperienza, della tradizione, della continuità. Dall’altra c’è lo sguardo delle nuove generazioni, che portano inevitabilmente prospettive diverse e nuove sensibilità verso il mercato.
Quando queste due dimensioni riescono a dialogare, spesso nascono le trasformazioni più interessanti.
Quando invece il passaggio non viene accompagnato con il giusto tempo e con gli strumenti adeguati, il rischio è che l’azienda si trovi sospesa tra ciò che è stata e ciò che potrebbe diventare, mentre il mercato continua a muoversi.
Quello che resta oggi è soprattutto una sensazione di perdita.
Perché Hoepli non era soltanto un editore: era un simbolo di sapere tecnico, di cultura professionale, di competenza costruita nel tempo.
La speranza è che almeno il patrimonio di contenuti accumulato in più di un secolo e mezzo possa continuare a vivere in qualche forma.
I libri, in fondo, hanno una caratteristica straordinaria: spesso riescono a sopravvivere alle aziende che li hanno pubblicati.
E forse è proprio questo il modo migliore per guardare a una storia come quella di Hoepli: con rispetto per ciò che è stato costruito e con la consapevolezza che ogni grande storia imprenditoriale lascia sempre qualcosa che continua a camminare nel tempo.
Franco Grasso


