Cucina italiana e UNESCO: candidatura occasione storica per l’Italia

Quando si parla di identità italiana, spesso si pensa subito all’arte, al patrimonio culturale, alla moda, al mare, alle città d’arte.

Eppure, c’è un elemento che attraversa generazioni, confini e memorie più di qualunque altro: la cucina.

Non è un dettaglio folkloristico, né un semplice settore economico.

È un linguaggio. È una storia che profuma di basilico nelle estati del Sud, di burro fuso nelle mattine alpine, di grano che attraversa l’Appennino, di mani di nonne che insegnano senza parlare.

Per questo oggi vale la pena mettere da parte l’abitudine, quel naturale “dare per scontato”, e osservare la nostra cucina con occhi nuovi, come se fosse la prima volta.

Per anni mi sono occupato di hotel, camere, tariffe, strategie per incrementare le vendite.

E nel farlo ho incontrato chef, ristoranti d’hotel, brigate piccole e grandi che ho visto all’opera giorno e notte.

La ristorazione, pur non essendo mai stata il centro del mio lavoro, mi ha accompagnato come un sottofondo costante: dalle colazioni internazionali agli chef resident, dalle sale banchetti alle cene gourmet.

Inevitabilmente, la cucina è entrata a far parte della mia crescita personale e professionale.

Forse perché quando osservi un piatto non guardi soltanto gli ingredienti: vedi la tecnica, la cultura, la dedizione, l’anima.

Eppure c’è una domanda che non riesco a scrollarmi di dosso: quanto realmente valorizziamo la cucina italiana nel mondo?

Perché qui da noi la celebriamo come una certezza.

Ci scaldiamo come allo stadio, discutiamo su quale sia la carbonara autentica, se il ragù debba cuocere tre o sei ore, se il vino debba essere fermo o vivace.

Tutti esperti, tutti appassionati, tutti pronti a difendere la tradizione come una finale dei Mondiali.

Ma fuori dai nostri confini? L’immagine cambia, e parecchio.

Ho vissuto una parte consistente della mia vita all’estero — dieci anni complessivi in continenti diversi.

Ho ascoltato opinioni, osservato percezioni, assaggiato mille tentativi di replicare ciò che per noi è naturale.

E devo ammettere che spesso la nostra cucina all’estero è presente, ma raramente raccontata nel modo giusto.

A volte è ridotta a stereotipo, altre a prodotto commerciale privo di anima.

Un’insegna “Italian Restaurant” basta a riempire sale, ma non sempre basta a trasmettere il valore di ciò che rappresenta.

Noi possediamo un tesoro che il mondo desidera, ma non sempre siamo pronti a raccontarlo.

E quando non si racconta qualcosa, quel qualcosa si sbiadisce.

Ecco perché la notizia che arriva dall’UNESCO ha un peso simbolico e culturale gigantesco.

Nel novembre 2025 l’organizzazione ha espresso parere favorevole alla candidatura della cucina italiana come patrimonio immateriale dell’umanità.

A dicembre è prevista la riunione del comitato intergovernativo UNESCO a New Delhi, quando arriverà l’ultima parola.

Se la decisione sarà positiva, la cucina italiana diventerà — per la prima volta nella storia — un patrimonio culturale immateriale riconosciuto a livello mondiale.

Una medaglia che non premia un piatto, ma un modo di vivere.

Una cultura millenaria fatta di convivi, di raccolti, di identità locali che sanno farsi universali.

Quante persone lo sanno?

Quanti italiani hanno percepito davvero l’importanza di questo momento storico?

Non è solo un riconoscimento, ma un’occasione.

Una porta spalancata verso ciò che siamo e ciò che possiamo raccontare al mondo.

E allora serve un invito, semplice ma urgente: facciamola brillare.

Raccontiamola, difendiamola, promuoviamola.

Non come un esercizio di orgoglio sterile, ma come una responsabilità culturale.

Ciascuno secondo le proprie possibilità: un ristoratore con i suoi piatti, un viaggiatore che condivide una tavola all’estero, uno studente che cucina amatriciana ai coinquilini stranieri, un professionista che esporta qualità, racconto, autenticità.

La cucina italiana non è una moda, è una narrazione collettiva.

E le narrazioni, quando non vengono tramandate, svaniscono.

Abbiamo tutto — storia, biodiversità, tecniche, tradizioni regionali che potrebbero riempire enciclopedie — ma spesso ce ne dimentichiamo.

Abbiamo il Paese che il mondo intero sogna: la nostra Shangri-La, la nostra Utopia, il nostro El Dorado.

E non serve che a ricordarcelo siano gli altri. Questa volta possiamo farlo noi, tutti insieme.

Se l’UNESCO dovesse sancire ufficialmente l’ingresso della cucina italiana nel patrimonio immateriale dell’umanità, avremo qualcosa di enorme tra le mani: non un’etichetta, ma un dovere.

Difenderla, raccontarla, promuoverla con coraggio.

Non in modo autocelebrativo, bensì consapevole.

Perché la cucina italiana non è un privilegio degli italiani: è un regalo che l’Italia fa al mondo.

Un dono da custodire, condividere, tramandare.

E allora, che questa notizia non rimanga solo un titolo sfuggito tra tanti.

Che diventi un seme, una scintilla, un motivo per parlare della nostra cucina con occhi nuovi e voce più forte.

Orgogliosi, sì, ma anche responsabili, e con il sorriso di chi sa quanto grande è la storia che abbiamo nel piatto.

Franco Grasso

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